La pianta della cannabis, conosciuta anche con il nome di marijuana e ganja, rappresenta l’unica pianta al mondo utilizzabile allo stesso tempo come fibra, come medicinale e come stupefacente. Considerate le sue caratteristiche e le sue proprietà, non stupirà nessuno il fatto che le prime coltivazioni risalgono ad addirittura 10.000 anni or sono nell’isola di Taiwan e successivamente nell’Asia Centrale, dove da almeno 5.000 anni la cannabis viene utilizzata per scopi medici, spirituali, religiosi.

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Anche gli antichi greci, così come narrato da Erodoto, coltivavano e vaporizzavano la cannabis, mentre in Europa la cannabis si presume sia arrivata almeno 500 anni prima di Cristo. A darne dimostrazione è ad esempio un recente ritrovamento nella città di Berlino di un’urna contente foglie e semi di cannabis risalenti a circa 2.500 anni fa. In Europa, per secoli, le coltivazioni sono state intensive e i vestisti di canapa sono stati comunissimi per centinaia di anni; neppure la bolla papale del 1484 fermò i fedeli dall’utilizzo della canapa. Nei secoli successivi, intorno agli ambienti intellettuali divenne di moda consumare la marijuana: Charles Baudelaire, Victor Hugo, Alexandre Dumas e Gérard de Nerval sono solo alcuni dei tanti artisti ed intellettuali che amavano intrattenersi nel parigino Club des Hashischins – “Club of the Hashish-Eaters”.

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In Africa, l’uso della cannabis come medicinale, come fibra e, in alcuni casi, come venerazione rituale e divina risale a molti secoli prima della colonizzazione europea. Nel Nord America, allo stesso modo, la cannabis era largamente coltivata; basti pensare che molti dei terreni di uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, George Washington, erano coltivati con la canapa. L’Italia, per secoli, è stata produttrice di canapa, tanto da diventare secondo produttore mondiale e primo fornitore della marina britannica, prima dell’avvento e della diffusione delle navi a carbone. Il colpo di grazia alla diffusione e all’utilizzo della canapa fu sancito dal “Marijuana Tax Act” del 1937 che bandì la coltivazione e l’utilizzo di questa pianta negli Stati Uniti d’America.

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L’atto fu motivato da teorie scientifiche (mai verificate) mediante le quali si affermava che l’uso della cannabis rendeva le persone violente, tanto da farle impazzire o portarle a commettere reati. Di riflesso, la canapa fu bandita in gran parte del mondo. Il fautore e artefice del Marijuana Tax Act fu il direttore del Federal Bureau of Narcotics, l’americano Harry J. Anslinger, uomo di potere ambizioso e controverso che giustificò l’atto con frasi razziste, attribuendo alla marijuana il titolo di droga a causa delle maggiori violenze nella storia dell’uomo. Alla base della campagna diffamatoria e razziale che portò al divieto dell’uso della marijuana c’erano ovviamente altri interessi, su tutti quello economico legato alla scoperta del nylon.

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Studi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite stimano che circa il 4% della popolazione mondiale (162 milioni) almeno una volta all’anno faccia uso di marijuana, e che lo 0,6% (23 milioni) la utilizzi quotidianamente. Non sono nuove le dichiarazione dei Presidenti Clinton e Obama, i quali pubblicamente hanno dichiarato di aver fumato marijuana. A distanza di molti anni, e nonostante autorevoli studi dimostrino scientificamente come la canapa sia meno nociva di altre sostanze di vendita libera come alcool, tabacco e caffè, il proibizionismo è ancora largamente diffuso.

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Come mai una pianta dai mille utilizzi è ancora bandita dal mercato di molti paesi?

L’accanimento nei confronti della canapa è un fenomeno culturale causato da decenni di politiche protezionistiche e repressive. Queste politiche protezionistiche sono collegate agli interessi economici di alcune lobby che ancora oggi occupano mercati miliardari nei paesi dove la marijuana è illegale.

In Italia questa discussione ha da sempre rappresentato un tabù, tant’è che pochi anni fa la legge Fini-Giovanardi decretò un ulteriore inasprimento delle pene relative alla produzione, al traffico, alla detenzione e all’uso di sostanze stupefacenti. Il provvedimento difatti equiparava tutte le tipologie di droghe senza alcuna distinzione tra leggere e pesanti, escludendo però tabacco e alcool dalla black list, e così contraddicendo gli studi scientifici che negli anni avevano dimostrato gli effetti non meno nocivi di queste ultime. Statisticamente il tabacco è causa del 40% di tutti i ricoveri ospedalieri, e l’alcool causa oltre il 50% degli interventi di pronto soccorso. Il grafico riportato di seguito ed elaborato dal Prof. Nutt ha riassunto i danni delle droghe sull’uomo.

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Ci chiediamo allora quali siano stati i risultati di questo protezionismo ostinato? Come era facile prevedere, la Fini-Giovanardi non ha risolto il problema dello spaccio e consumo di droga, ha intasato l’apparato giudiziario e ha contribuito al sovraffollamento delle carceri.

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Quali potrebbero essere invece i vantaggi di un’eventuale legalizzazione della cannabis?

Come dimostrato da alcuni stati americani, Colorado in testa, i vantaggi dalla legalizzazione potrebbero essere i seguenti:

  • un aumento degli introiti derivanti dalla tassazione sulla vendita;
  • un nuovo mercato, e la creazione di posti di lavoro;
  • una lotta effettiva al narcotraffico, e la conseguente sottrazione di mercato alle mafie;
  • una diminuzione del consumo, come indica il caso dei Paesi Bassi;
  • la comprensione del consumo come problema sociale e non penale;
  • una diminuzione dei processi, e un contrasto al sovraffollamento carcerario;
  • il passaggio da politiche di repressione a politiche di prevenzione.

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Queste riflessioni arrivano in un momento particolare per l’Italia. Per la prima volta dopo anni, il nostro Parlamento sta affrontando seriamente la questione delle droghe ed in particolare del consumo di cannabis. Da mesi è in discussione in Parlamento una proposta di legge sottoscritta da circa 200 Deputati di ogni forza politica, la quale prevede la possibilità di detenere, trasportare, coltivare e acquistare marijuana in negozi autorizzati.

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La proposta di legge è tutt’ora in discussione in Commissione dopo una vera e propria barricata innalzata dalle forze politiche conservatrici italiane. Nei prossimi mesi ci sarà la maturità per affrontare una volta e per tutte questo problema anche in Italia? I nostri politici avranno il coraggio e saranno in grado di confrontarsi e risolvere un problema attuale che rappresenta uno dei tanti paradossi italiani? Saremo in grado di ricordare i tempi in cui la cannabis era l’oro verde del nostro Paese e non un male da debellare?

 


1 commento

Jazlyn · January 29, 2017 alle 6:40 am

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